Tanto verde che… nutre?

Un'ape bottina il nettare di un fiore di aster
Un’ape bottina un fiore di aster: il polline raccolto è la principale fonte proteica delle api. Foto: John Severns, Wikimedia Commons (dominio pubblico)

C’è una parola che negli ultimi anni è entrata in quasi tutti i progetti delle nostre città: verde. Più alberi, più parchi, più giardini, più tetti e cortili che respirano. È una bella notizia. Ma chi osserva la natura da vicino si fa subito anche un’altra domanda, più semplice e più scomoda: questo verde, a qualcuno, dà da mangiare?

Per noi il verde è soprattutto un colpo d’occhio: un prato curato, una siepe ordinata, una fila di alberi lungo il viale.

Per gli impollinatori (api, bombi, farfalle, sirfidi e tanti altri piccoli insetti che passano di fiore in fiore) è un’altra cosa. È una dispensa, e le dispense si giudicano da quello che contengono. Un prato rasato ogni settimana, una siepe di sempreverdi, un’aiuola di piante ornamentali scelte solo per il colore delle foglie possono essere splendidi e, allo stesso tempo, quasi vuoti. Un tiglio in fiore a giugno, un salice che si accende a fine inverno, un angolo lasciato fiorire fino all’autunno: quello, invece, è cibo.

Il punto è tutto qui. Il verde non è solo una superficie: è un pascolo. E un pascolo non si misura in metri quadri, ma in fioriture che si passano il testimone da marzo a ottobre, senza lasciare buchi nel calendario.

Tra noi apicoltori non c’è chi non ricordi i racconti dei nonni. Parlavano di colline coperte di castagni e di acacie a perdita d’occhio, e di primavere in cui dalle altre province arrivavano autocarri carichi di arnie, in fila sulle nostre strade, alla ricerca dell’oro giallo di questa terra: il miele d’acacia. Il territorio varesino era un pascolo generoso, e lo sapevano tutti.

Oggi quel pascolo si è fatto più stretto e più discontinuo. E noi apicoltori i suoi buchi li conosciamo bene. Ci sono periodi dell’anno in cui, anche in mezzo a tanto verde, il cibo scarseggia: finite le grandi fioriture di primavera, arriva spesso un vuoto in piena estate, e poi quello di fine stagione, proprio quando le colonie avrebbero più bisogno di polline per crescere le api che dovranno passare l’inverno. Il polline è la parte proteica della dieta: senza, la famiglia rallenta, si indebolisce, e a volte siamo noi a dover intervenire per nutrirla. Vale per le api, e vale ancora di più per gli impollinatori selvatici, che nessuno aiuta. Un verde pensato bene potrebbe riempire proprio quei vuoti.

Quando il verde si pianifica

Le città decidono il loro futuro con i piani del territorio, i documenti che stabiliscono dove si costruisce, quanto, e quanto spazio deve restare libero. Negli ultimi anni questi piani sono diventati molto più attenti all’ambiente: chiedono di lasciare terreno che assorba la pioggia, di piantare alberi, di collegare parchi e corsi d’acqua. Parlano di biodiversità, spesso con convinzione.

Eppure, quasi sempre, contano. Quanti alberi, quanto prato, quanta superficie permeabile. Raramente si chiedono quali piante, e quasi mai quando fioriscono. Così può succedere che due giardini identici sulla carta siano, per un impollinatore, uno un deserto e l’altro un banchetto.

Il caso di Varese

Il nuovo piano del territorio di Varese, appena adottato, ne è un buon esempio. Mette la biodiversità tra i suoi obiettivi e chiede ai quartieri residenziali alberi e terreno verde in abbondanza. È un passo avanti. Ma nelle regole che valgono per le case e i giardini non dice nulla su cosa piantare, né su come e quando falciare, e gli impollinatori non vengono nominati.

Il bello è che le idee giuste, fra le carte del piano, ci sono già. Nello studio ambientale che lo accompagna sono elencate le misure che la Regione prevede per le aree naturali protette attorno al lago e al Campo dei Fiori: lasciare ogni anno una parte del prato senza falciare fino alla fine di agosto, falciare fuori dal periodo di fioritura, rimandare il taglio dei prati umidi a dopo l’estate. È esattamente ciò che serve a chi impollina. Solo che lì restano misure per i siti protetti, e non scendono nelle regole di tutti i giorni: quelle dei quartieri, dei parchi di città, dei giardini sotto casa. E soprattutto non costruiscono una logica che premi il verde inteso come nutrimento: nessun incentivo per chi pianta ciò che sfama, per chi lascia fiorire, per chi rimanda il taglio.

Eppure il tempo stringe. Per noi apicoltori i mesi di fermo, quelli in cui le famiglie non raccolgono nulla, sono sempre più frequenti. Il cambiamento climatico, noi, non lo vediamo arrivare (ANZI SONO 40 anni che lo vediamo arrivare): lo sentiamo già, lo contiamo, lo mettiamo in fila anno dopo anno nei nostri quaderni di apiario.

Fioriture anticipate e bruciate dal caldo, primavere che saltano, estati senza un fiore. Un verde che nutre non è più un’attenzione in più: è una risposta concreta a un problema che misuriamo ogni stagione.

Non è una critica feroce: è un’occasione. Perché la strada per fare meglio esiste già, ed è stata disegnata proprio qui vicino.

Una strada già tracciata

Prato fiorito spontaneo in un'area verde urbana
Un prato fiorito urbano a Coventry, esempio di verde pensato per gli impollinatori. Foto: A J Paxton, Wikimedia Commons (CC BY-SA 2.0)

Nella nostra provincia, tra la Valle dell’Olona e Busto Arsizio, il progetto Campo Aperto di Istituto Oikos, con la cooperativa Cascina Burattana, il parco locale del Rile Tenore Olona e con il contributo di Apicoltura Varesina, ha messo nero su bianco le linee guida per un verde urbano amico degli impollinatori. Il verde della città, lì, viene pensato come rifugio e fonte di cibo per gli insetti che impollinano: piante che offrono nettare e polline, scelte con attenzione, e una cura degli spazi che tenga conto di chi li abita. Indicazioni pensate per i Comuni, ma anche per chi si occupa di un giardino privato o del cortile di un condominio.

Mettere insieme le due cose sarebbe quasi naturale. Un piano che già chiede alberi e verde potrebbe chiedere anche che una parte di quelle piante sia scelta fra quelle che nutrono. Non costerebbe nulla in più, e trasformerebbe ogni nuovo giardino in un pezzo di pascolo diffuso.

Qualcuno potrebbe obiettare che non è compito del piano del territorio dire quali piante mettere a dimora: quello spetta al regolamento del verde. È vero, e proprio per questo il piano è il posto giusto da cui partire. Il piano fissa gli obiettivi e il linguaggio, e se nomina il verde che nutre prepara la strada al regolamento, che potrà tradurlo in indicazioni pratiche. Non con nuovi divieti, ma con incentivi: un riconoscimento a chi sceglie piante utili agli impollinatori, a chi scagliona le fioriture, a chi falcia con meno fretta. Premiare chi fa bene funziona quasi sempre meglio che punire chi non lo fa, e trasforma una buona idea in un’abitudine della città.

E il ragionamento può andare oltre il giardino, fino al cantiere. Quando si costruisce o si ristruttura, il nuovo piano già chiede di compensare: lasciare terreno che assorba l’acqua, piantare alberi, raggiungere una certa qualità ecologica, e premia chi va oltre il minimo. È il posto naturale per dare valore anche al verde che nutre. Chi realizza un intervento edilizio potrebbe vedersi riconoscere qualcosa in più se, al posto di un prato qualsiasi, mette a dimora siepi fiorite, alberi melliferi, bordure che accompagnano gli insetti da una stagione all’altra. Non un obbligo in più per chi costruisce, ma una scelta conveniente: il metro quadro di cemento che se ne va viene restituito come nutrimento, e non solo come superficie verde.

E c’è anche il momento giusto per proporlo: l’osservazione al Piano del Governo del Territorio presentare osservazioni . Una proposta semplice, firmata da chi conosce questi insetti e il loro lavoro silenzioso, ha buone possibilità di essere ascoltata.

E gli altri comuni ?

Ogni Comune ha il suo Piano di Governo del territorio, in sede di adozione possibile sottoporre ovunque questa la questione. Anzi perché aspettare hai mai fatto presente che esiste il verde che nutre ?

Guardare il verde con altri occhi

Bombo su un fiore di echinacea in un giardino urbano
Un bombo su un fiore di echinacea in un giardino urbano. Foto: Wilfredor, Wikimedia Commons (CC BY-SA 4.0)

La prossima volta che vedremo nascere un parco o un giardino nuovo, proviamo a guardarlo come lo guarderebbe un impollinatore. Non chiediamoci solo quanto è grande o quanto è bello, ma cosa offre, e per quanti mesi.

Tanto verde è una buona notizia. Tanto verde che nutre è un’altra cosa: è una città che si prende cura anche di chi, senza farsi notare, la tiene in vita.

Per chi vuole approfondire il caso di Varese: il verde del nuovo piano e gli impollinatori e come presentare un’osservazione.